Riforma “La Buona Scuola”: cosa prevede in sintesi?

Nel corso di questi giorni sta facendo un gran discutere la riforma dell’istruzione che ha ormai preso il nome de “La Buona Scuola”. Tra scioperi, occupazioni e proteste sindacali varie, sono tanti i punti presi di mira dai contestatori di questo ddl ed è per questo motivo che vogliamo andare ad analizzarne il contenuto più importante. Senza barcamenarci tra nozionismi e tecnicismi di sorta, vediamo in cosa consiste questo famigerato provvedimento voluto dal Governo Renzi tramite una serie di punti semplificativi!

La Buona Scuola: il piano assunzioni

Come prima cosa il Miur prevede che per l’anno 2015/2016 sia garantito un contratto a tempo indeterminato ai 100.701 docenti fino a questo momento relegati ad una condizione di precarietà (tra cui coloro i quali risultano iscritti alle graduatorie ad esaurimento e i vincitori dell’ultimo concorso pubblico varato nel non più vicinissimo 2012). Tuttavia i sindacati contestano che da questo piano di assunzioni siano stati esclusi i circa 23mila precari appartenenti alla scuola dell’infanzia e gli 80mila docenti abilitati con il Tirocinio Formativo Attivo ed il Percorso Speciale Abilitante collocati in seconda fascia. E per quanto riguarda le assunzioni, la nuova normativa stabilisce che dal 2016 in avanti l’unico modo per poter essere assunti sarà tramite concorso pubblico.

Presidi: arrivano i “superpoteri”

Il nodo più controverso de “La Buona Scuola” ha però a che fare con dei presunti “superpoteri” che verrebbero dati nelle mani dei dirigenti scolastici. In poche parole viene stabilito che il dirigente di un istituto avrà la possibilità di scegliere gli insegnanti che lavoreranno nell’istituto da lui guidato e che tali nomi potranno esser selezionati tramite degli appositi albi territoriali; ma il compito del preside non si fermerà certo qua poichè il ddl del Governo vuole altresì che questa figura divenga responsabile del piano didattico e formativo, che abbia la possibilità di individuare tre coadiuvanti che gli facciano da sostegno nell’organizzazione dell’intero assetto scolastico e che gli sia riconosciuta la facoltà di premiare i docenti in base al merito tramite degli appositi aumenti di stipendio (in questo senso gli scatti di carriera non saranno più improntati sulla sola anzianità ma dipenderanno per il 70% dal merito e per il rimanente 30% dall’effettiva anzianità di servizio del docente).

Le stesse ragioni di fondo che hanno fatto nascere tali misure spalancano poi le porte ad alcune novità previste per i docenti: a ciascun insegnante saranno riconosciuti dei crediti didattici in relazione alla qualità dell’insegnamento, dei crediti formativi che come intuibile si basano sulle attività di formazione e dei crediti professionali che unitamente al resto concorreranno alla definizione del portafoglio del docente stesso. Inoltre ogni docente avrà a sua totale disposizione una sorta di Carta prepagata con 500 euro annui da poter spendere in totale libertà per l’acquisto di libri, di apparecchiatura hardware, di programmi software, di corsi di aggiornamento professionale, o da utilizzare come ingresso a mostre, musei, teatri e cinema; tutto ciò dovrebbe poter garantire una sua migliore riqualificazione nell’ambito di una formazione praticamente perenne.

Riforma della Scuola: gli altri punti

Con “La Buona Scuola” il Governo punta anche a rafforzare l’autonomia delle istituzioni scolastiche e, in forza di ciò, stabilisce che ciascuna struttura determini il proprio fabbisogno sia umano sia strumentale che ritiene necessario per adempiere all’offerta formativa. Inoltre viene messa mano anche sul fronte dell’alternanza scuola-lavoro grazie ad una convenzione stipulata con aziende, enti pubblici, enti privati e camere di commercio: in questo senso vengono introdotte 400 ore per gli istituti tecnici/professionali e 200 ore minimo per i licei da spendere in qualità di alternanza scuola-lavoro lungo l’ultimo triennio dell’istruzione superiore.

Anche la messa in sicurezza delle scuole non a norma (36 quelle individuate ad oggi) rientra nel raggio d’azione della riforma e, a tal proposito, la loro riqualificazione verrà monitorata dall’Osservatorio per l’edilizia scolastica e sostenuta con un tesoretto attualmente fissato in quattro miliardi di euro; sempre sul fronte degli istituti viene poi stabilito che le famiglie desiderose di iscrivere i propri figli alle scuole private possano godere di una detrazione del 19% sulle spese scolastiche (per un tetto massimo di 400 euro) proprio come accade già relativamente al comparto delle scuole statali. La modernizzazione, la riqualificazione e il miglioramento degli istituti (sia pubblici che privati) passeranno poi anche per mano privata: l’intervento da parte di privati nel finanziamento dell’istruzione non sarà più un tabù.

Un portale web gestito direttamente dal Miur verrà adibito appositamente per la pubblicazione dei bilanci, dei piani formativi e dei curriculum dei professori così da garantire a chiunque una maggiore trasparenza (e fruizione stessa) di quanto accade negli istituti scolastici del Belpaese. Infine due ultimi punti di essenziale importanza: se le supplenze verranno coperte tramite degli insegnanti iscritti in appositi albi territoriali, il 5 per mille diverrà un’ulteriore forma di finanziamento tramite la quale le scuole potranno autosostenere le loro attività didattiche (ma non solo necessariamente tali).

La Buona Scuola: le ragioni della protesta

Inutile andare ad elencare punto per punto tutte le ragioni che stanno inducendo personale scolastico e sindacati a contrastare questa riforma. Oggetto di contestazione, infatti, è praticamente tutto: dalla contrarietà ai “supertpoteri” conferiti a ciascun dirigente scolastico fino alla contestazione del piano di assunzioni che taglia fuori dal suo raggio applicativo migliaia di precari; dalle agevolazioni introdotte a beneficio delle scuole private e paritarie fino all’insufficienza di fondi pensati per la riqualificazione delle scuole statali. Tuttavia ci sono anche tanti altri soggetti che si son dichiarati favorevoli a tale riforma tra cui, in primissimo piano, i dirigenti scolastici stessi i quali vedono in queste misure dei primi veri elementi di svolta rispetto all’immobilismo del passato.

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