Uber vietato: analisi di una famigerata “concorrenza sleale”

Uber è un’applicazione che da qualche tempo a questa parte ha fatto parlare sempre più di sé e il perchè, dato il proliferare delle cronache recenti, non dovrebbe ormai essere cosa ignota: parliamo di un servizio tramite il quale tutti coloro i quali sono in possesso di una patente di guida e di un’automobile possono improvvisarsi tassisti. Il suo scopo è infatti quello di mettere in comunicazione gli automobilisti con le persone appiedate, rendendo un servizio di trasporto di vera avanguardia che poggia tanto sulle funzioni dell’app quanto sull’economicità dei prezzi.

Uber non piace alla legge: servizio parzialmente bloccato

Ma proprio il fatto che Uber trasformi in tassisti anche degli automobilisti che non lo sono, ha fatto non poco inalberare quelli che tassisti lo sono per licenza; stesso motivo questo, che è peraltro all’origine di una sentenza del Tribunale di Milano il quale ha provveduto al blocco di Uber Pop, ovvero di quella branca dell’applicazione che permette proprio questa tipologia di servizio tanto contestata.

Più in particolare, la sentenza del Tribunale stabilisce che la multinazionale californiana, tramite il suo servizio vigente anche in Italia, faccia della “concorrenza sleale” nei confronti di quanti hanno pagato una regolare licenza per lavorare in qualità di tassisti. L’oscuramento di Uber Pop tanto caldeggiato dai tassisti è perciò stato ottenuto e, come se questo non bastasse, le automobili private finora utilizzate per offrire questo servizio di trasporto torneranno ad essere strettamente personali e non più adibite a questo genere di prestazione. Il termine ultimo di suddetta condizione è previsto per il 2 Luglio poiché in tale data il Tribunale di Milano sarà nuovamente chiamato a pronunciarsi sulla vicenda rispondendo al reclamo che Uber ha giustamente messo in atto per difendere le sue, di ragioni.

Da questa decisione, è inevitabile, ne trarranno particolari benefici i tassisti ma coloro i quali pagheranno dazio saranno inevitabilmente i consumatori (ora esposti ai più elevati costi dei taxi) e i privati cittadini che tramite Uber erano riusciti a rimettersi in pista anche sotto un punto di vista occupazionale.

Uber, ci si muove verso la regolamentazione

Tuttavia Uber – e più in generale i servizi di sharing economy – è talmente apprezzato da non poter uscire di scena in maniera così netta e (quasi) silenziosa. Per questo motivo il Governo, su consiglio dell’Authority di regolazione dei trasporti, è al lavoro per far sì che questo rivoluzionario servizio anti-tassisti possa essere legittimato da un provvedimento di legge ad hoc: l’obiettivo è quello di legalizzare Uber imponendo un limite massimo di ore in cui le auto private possano dare passaggi, aprendo alla necessità di disporre di un’assicurazione obbligatoria e ad altri paletti che sono ancora al vaglio dell’esecutivo; si lavora perciò a una sintesi che possa tenere tranquilli i tassisti e che al contempo sia in grado di accontentare le esigenze dei consumatori che vedono nella comodità e nell’economicità di Uber caratteristiche di cui non poter fare a meno.

Ma è evidente che Uber sia più che altro uno specchietto per le allodole, dal momento in cui la sharing economy non esiste solo relativamente ai trasporti, ma sta prendendo piede in maniera assai popolare anche per quel che riguarda altri fronti del vivere quotidiano: un altro esempio eclatante che potremmo effettuare in proposito è AirBnb, la celebre piattaforma online tramite la quale privati cittadini possono affittare stanze o interi appartamenti di proprietà per i turisti che giungono nella loro zona; anche questo, infatti, è se vogliamo una sorta di alternativa semi-legale agli hotel e a tutte quelle realtà di pernottamento che vengono regolamentate dalle leggi degli Stati.

La sharing economy è una nuova frontiera che i privati cittadini hanno inconsapevolmente portato alla ribalta per fuggire alla tassazione eccessiva, alla regolamentazione soffocante e all’oppressione sempre più tale tramite la quale lo Stato tenta di governare l’economia nazionale. E’ una via di fuga nell’ambito della quale a vincere è il libero mercato, un mercato per il quale l’unica legge che valga la pena mettere in atto è quella dell’incontro tra domanda e offerta e in cui, tutto il resto, è inutile statalizzazione di massa.

Uber o taxi: ma è davvero concorrenza sleale?

Tornando al più specifico caso di Uber, possiamo considerar vere le voci secondo cui questo servizio sia da osteggiare perchè, di fatto, fa concorrenza sleale nei confronti dei tassisti? Chi lavora nel settore dei trasporti privati in qualità di tassista lo fa perchè ha pagato una regolare licenza, versa i contributi alla propria cassa previdenziale e paga le tasse su quanto fatturato; ha inoltre un’auto che risponde alle normative di legge e soddisfa condizioni varie alle quali le norme non fanno alcuno sconto. Dall’altra parte ci sono i conducenti di Uber (e più nello specifico del contestato Uber Pop) che essendo dei privati veri e propri, ovvero non iscritti ad alcun Registro che possa qualificarli come tassisti, non versano contributi, non pagano tasse, non hanno un’assicurazione ad hoc che è invece prevista per i tassisti “ufficiali” e naturalmente non godono anche di tutti quei vantaggi che invece sono priorità dei tassisti (come i parcheggi riservati nelle stazioni, negli aeroporti e in altri siti con particolare afflusso turistico).

Difficile trovare un punto di contatto per definire il reale sussistere della “concorrenza sleale” anche se dati i privilegi che continuano ad essere riservati ai tassisti, nonché prendendo atto del target al quale si rivolge Uber Pop (prevalentemente un pubblico giovane e con poche possibilità di spesa) e quello a cui si indirizzano i tassisti (turisti o cittadini di un certo tenore che si spostano per lavoro), probabilmente la questione non è realmente emergenziale e contestabile come si vuol far credere. Inoltre, i sostenitori di Uber asseriscono che l’essere in possesso di una licenza non può dare un diritto acquisito a vita: le esigenze cambiano di periodo in periodo, e l’eventuale cambiamento delle preferenze di mercato andrebbe probabilmente visto come un “rischio di impresa” al quale qualunque lavoratore autonomo è inevitabilmente soggetto.

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