Pensione anticipata 2016: analisi della proposta di Governo

In queste ultime settimane si sta parlando parecchio della pensione anticipata 2016, ovvero di metter mano al sistema previdenziale così come pensato dalla Legge Fornero sulle pensioni e, nei fatti, introdurre una maggiore discrezionalità sulla flessibilità in uscita. Le proposte su questo fronte sono innumerevoli e probabilmente destinate a moltiplicarsi nel corso dei giorni a venire, ma l’ipotesi di riforma che sta andando per la maggiore è quella contenuta nel progetto di legge 857.

Riforma delle Pensioni: verso una maggiore flessibilità

La norma contenuta nel progetto di legge di cui sopra si basa essenzialmente sul concetto secondo cui la pensione anticipata deve poter essere garantita, ma che per accedervi debba essere il cittadino a “pagarne le conseguenze”. Detta in altri termini, la proposta al vaglio del Governo consiste nel permettere di andare in pensione prima dell’ottenimento dei requisiti di vecchiaia, ma chi lo fa deve sopportare l’onere di una penalizzazione sul proprio reddito da pensione. In questo modo vengono posti in salvo due principi: il primo è quello di garantire una maggiore autodeterminazione ai cittadini senza che lo Stato stia lì a costringerli su quando dover andare in pensione; il secondo è che la pensione anticipata, venendo garantita, debba essere pagata di tasca propria da colui che ne fa richiesta senza che l’uscita anticipata dal mondo del lavoro provochi un maggior onere per la fiscalità generale (così come accaduto fino ad ora e causa stessa del dissesto dei conti dell’Inps).

Andare prima in pensione: quali penalizzazioni?

Abbiamo parlato di penalizzazioni e di decurtazioni della mensilità, ma in termini numerici come si traduce tutto ciò? Anche qui le proposte vanno sprecandosi, ma quella che sembra stia acquisendo maggiore credibilità è senza dubbio la formula che stiamo per esporre. Tuttavia ricordiamo brevemente quali sono le attuali condizioni per poter lasciare la propria posizione lavorativa: la normativa in vigore stabilisce che gli uomini debbano poter andare in pensione solo dopo il raggiungimento di 66 anni e 3 mesi di età, e che invece le donne possano farlo solo dopo aver raggiunto i 66 anni e 3 mesi di età (per quelle impiegate nel comparto pubblico) o i 63 anni e 9 mesi (per quelle impiegate nel settore privato). In sostanza, ora come ora c’è in circolo la sola pensione di vecchiaia ovvero quella ottenibile a fronte del requisito anagrafico del contribuente.

Con la proposta di pensione anticipata, invece, si mirerebbe a reintrodurre nei fatti la pensione di anzianità che è quella basata sugli anni di contribuzione rilevati dal sistema previdenziale. Ciò vuol dire che l’idea attuale è quella di garantire al lavoratore di andarsene in pensione anche prima dei suddetti limiti di età, ma che per farlo torna ad aver valore la condizione di aver lavorato regolarmente per almeno 35 anni: a titolo di esempio, qualora la proposta in campo dovesse entrare in vigore, Tizio che ha 62 anni di età e almeno 35 anni di contribuzione potrà andare in pensione ugualmente accettando, però, una decurtazione dell’assegno pensionistico del 2% annuo (fino a un massimo dell’8%).

Sempre per rendere il più pratica possibile la questione, analizziamo anche il caso del lavoratore Caio: questo, avendo un’età di 62 anni e 38 anni di contribuzione alle spalle, potrà andare in pensione anticipata accettando una decurtazione dell’assegno anche se in tal caso, rispetto a Tizio, si tratterà di una penalizzazione minore (non superiore al 6,9%) avendo lui accumulato più anni di contributi (38 contro i 35 di prima). Per questa ragione, Sempronio che ha sì 62 anni di età ma ben 40 anni di contribuzione, andrà in pensione anticipata a fronte di una penalizzazione ancora minore e che non può, nel suo caso, superare la soglia del 3%.

Pensione posticipata: si lavora anche a questa possibilità

Se a scaturire maggior attenzione sono per forza di cose le norme messe a punto per permettere la pensione anticipata, per quanto mediaticamente meno interessanti, con questo cambiamento si stanno introducendo anche delle possibilità di allungare l’attività lavorativa del contribuente. Ciò significa che se Tizio vuol andare in pensione più tardi avrà tutto il diritto di farlo, e l’Inps gli riconoscerà un aumento dell’assegno pensionistico del 2% annuo per ciascun anno in più di lavoro (fino a un massimo dell’8% e tenendo conto di un’età limite di 70 anni). Questa condizione si applica al solo comparto privato poichè ai dipendenti pubblici è vietato per legge permanere in servizio oltre la soglia di pensionamento stabilita dalle normative vigenti.

Staffetta generazionale

Per quanto riguarda la staffetta generazionale, l’ipotesi che va per la maggiore al momento è quella secondo la quale il lavoratore privato (soprattutto quello che ha a che fare con un’attività ad alta impronta artigianale) abbia la possibilità di rimanere sul posto di lavoro pur avendo ottenuto i requisiti per la pensione. Si pensa quindi di fornirgli tale possibilità, remunerandolo tramite metà della pensione prevista nel suo caso (perchè comunque ne ha diritto) e con metà dello stipendio che sarebbe stato erogato in condizioni di “normalità” (perchè di fatto il lavoratore si terrebbe occupato per un part-time e non per l’intero orario di lavoro). Si tratta di una condizione che potrebbe diventare norma senza particolari ostacoli, anche se l’applicabilità, dati i limiti stringenti in fatto di accesso alla pensione, vanificherebbero il senso stesso della proposta.

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