La tecnologia può davvero frenare l’inflazione?

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Non solo gli smartphone aiutano a fare shopping, ma mantengono anche l’inflazione bassa. Una delle maggiori questioni che incombe sull’economia nel 2018 è se l’inflazione e la crescita dei salari possano finalmente riprendersi dai minimi storici. La misura in cui ciò accadrà sarà cruciale per i tassi di interesse ufficiali, che sono usati per gestire l’inflazione.

L’inflazione è in stasi all’1,8% all’anno, al di sotto del range target RBA che va dal 2 al 3%. Esattamente ciò che si cela dietro la crescita ostinatamente debole dei salari e dei prezzi al consumo è uno dei principali problemi economici di oggi. Ultimamente, tuttavia, c’è stata una crescente consapevolezza che la rivoluzione della tecnologia digitale sia probabilmente una parte fondamentale della storia.

Siccome l’ultimo iPhone costa 1.500 euro, come potrebbe contribuire un oggetto così costoso a frenare l’inflazione? Semplice. La rivoluzione nell’e-commerce che hanno apportato gli smartphone, ha scatenato un’ondata di competizione che rende le aziende e i lavoratori più ansiosi ad alzare i prezzi. Forse il modo più semplice per vedere questo impatto sulla tecnologia a scapito dei prezzi è farsi un giro per i negozi e controllare gli sconti offerti. Negozi di abbigliamento, di mobili e di elettrodomestici hanno abbassato i prezzi di recente a causa della forte concorrenza, soprattutto online.

Pensiamo a quanto sia facile entrare in un negozio di scarpe, provarne un paio per poi acquistarli ad un prezzo più basso da un concorrente online. Per ovviare a questo, i negozi al dettaglio sono stati costretti a tagliare i prezzi e ad accettare margini di guadagno più miseri quando cercano di attirare i clienti. Le apparecchiature audio, tv e informatiche sono diminuite del 41,5% rispetto a dicembre 2011. I prezzi dell’abbigliamento sono diminuiti del 9,5% e i mobili sono diminuiti dell’1%. Anche gli hotel si sono trovati in questo condizione di competizione in quanto online sono presenti siti in cui le persone affittano i propri appartamenti.

Non è tutto ora ciò che luccica. Contemporaneamente al ribasso generale dei prezzi, la tecnologia digitale sta creando difficoltà ai lavoratori, riducendo il loro potere contrattuale nelle trattative salariali.

Non sono solo i call center che vengono aperti in paesi in cui i salari minimi sono più bassi, ma grazie all’intelligenza artificiale e alla tecnologia di comunicazione più avanzata, ora ci sono timori riguardo all’automazione di alcuni impieghi. Lo scorso anno, per esempio, la National Australia Bank ha dichiarato che avrebbe ascritto 4.000 posti di lavoro, in parte perché i robot potevano completare compiti precedentemente eseguiti dalle persone. Sarebbe sorprendente se altre società non stessero pianificando qualcosa di simile.

A dire il vero, alcune delle terribili previsioni sui robot che sostituiscono i lavoratori umani sono probabilmente esagerate. Ma questa paura di vedere il lavoro automatizzato può ancora avere un reale effetto sulla retribuzione, perché rende la persona meno propensa a spingere per un aumento. Quando le spese salariali delle aziende sono contenute in questo modo, è un grande risparmio sui costi, il che significa che c’è meno pressione sul business per aumentare i prezzi, il che porta a una minore inflazione a livello di economia. Ma a che prezzo?

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