Europa, aziende sempre più sfiduciate: pesa il caso americano

Il rapporto sul clima economico rilasciato dall’IFO ha evidenziato come il buon umore delle aziende tedesche sia sparito. Com’è possibile considerando che le stesse stanno scalando la vetta, con una valutazione attuale sulla situazione aziendale tutt’altro che negativa e con capacità e redditività al di sopra della media? Cosa rende allora la Germania così triste?

Le preoccupazioni della più grande economia europea dovrebbero essere considerate anche dagli altri paesi della moneta unica, considerando i nuvoloni neri che si stanno accumulando sull’orizzonte economico continentale. Le recenti proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale vedono rallentare la crescita globale nei prossimi anni, accusando “un inasprimento delle condizioni finanziarie” e delle “tensioni commerciali”. Il contagio raggiungerà anche l’Europa.

L’incertezza che aleggia fra le relazioni commerciali future, con le preoccupazioni per una resa dei conti tra Cina e Stati Uniti, hanno creato preoccupazioni tra le aziende, adesso diventate meno disponibili a versare soldi in nuovi progetti.

Tutto ciò porterà la BCE a schierarsi dalla parte della continuità piuttosto che scuotere la situazione, il che significa un forte rischio anche all’estero di condizioni finanziarie piuttosto contenute. Oltre al tasso di inflazione ben lontano dal 2% fissato dalla Banca centrale (attualmente è all’1,3%), la stessa continua a resistere alle pressioni che arrivano da politici, banche e risparmiatori per aumentare i tassi di interesse.

Osservando ciò che accade negli Stati Uniti, quelle nuvole temporalesche si sono rivestite d’argento. L’aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed rafforzerebbero il dollaro, col conseguente indebolimento dell’euro; tutto ciò renderebbero appetibili le esportazioni europee.

Con molta probabilità gli investitori sposteranno le loro posizioni nel dollaro, cosa che si tramuterebbe in minore capitale in circolazione nell’UE, anche se non abbastanza per danneggiare un’economia così sviluppata, ma comunque sufficiente a far riconsiderare i piani di crescita da parte delle imprese.

Il vero danno verrebbe indubbiamente dal rallentamento dell’economia americana. Gli investitori nel debito americano stanno manifestando le loro preoccupazioni per il futuro, poiché accumulano obbligazioni a lungo termine ed uscendo dai titoli del Tesoro a breve scadenza. Stanno scommettendo sull’aumento dell’inflazione nel breve termine, che manterrà i loro profitti; e se i tassi di accompagnamento aumentano, l’economia rallenterà.

Le obbligazioni statunitensi sono state estremamente affidabili nel prevedere le recessioni imminenti e quei segnali luminosi d’avvertimento ora stanno lampeggiando col colore rosso fuoco. Essendo il principale partner di esportazione dell’UE, questo rallentamento dell’economia americana comporterà una minore domanda di beni e servizi europei.

Guardando l’attuale tasso di crescita del PIL del 2,4%, sembrerebbe impossibile; ma se le proiezioni sono accurate, potrebbe verificarsi un rallentamento non prima del 2020.

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