Piano per il Sud: a cosa sta pensando il Governo Renzi

In queste ultime settimane abbiamo parlato della crisi del Mezzogiorno e dei preoccupanti dati che hanno fotografato una situazione davvero drammatica per il Sud Italia: le statistiche hanno dimostrato che c’è una parte del nostro Paese estremamente ferma nel tempo, arretrata nelle infrastrutture, afflitta dalla crisi economica, vittima della disoccupazione e ostaggio dell’illegalità. Alla luce di ciò il Governo Renzi aveva annunciato prima della pausa estiva di voler mettere mano alla questione iniziando a varare dei primi interventi di sostegno all’economia meridionale, e a pausa estiva conclusa ecco che iniziano a rendersi note le principali misure.

L’ipotesi che va per la maggiore è quella di dare il via libera ad un mega piano che si muova su tre binari diversi ma fondamentalmente paralleli: taglio dell’IRES, infrastrutture, e decontribuzione rafforzata. Il premier Matteo Renzi e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Padoan stanno lavorando a questo proposito, ma devono stare attenti nel riuscire a rispettare l’invarianza di gettito per le casse erariali. Ed è questo il vero scoglio da superare.

Riduzione dell’IRES: misure al vaglio e punti critici

In primo luogo spunta il taglio dell’IRES che in realtà fa già parte dell’annunciato cronoprogramma di riduzione delle tasse annunciato dallo stesso premier giusto qualche settimana fa. L’ipotesi di tagliare l’IRES alle imprese del Mezzogiorno verrebbe perciò sfruttata su due fronti: da una parte per tentare di abbassare la pressione fiscale sulle imprese locali e rilanciare la spinta occupazionale, e dall’altra per monitorare quali effetti potrebbe mai riverberare una misura di questo genere su scala nazionale. L’idea, più nello specifico, è di ridurre l’IRES per le imprese del Sud Italia dall’attuale aliquota del 27,5% al 25%, e di trascinare la riduzione fino a quota 24% entro il 2017.

Tuttavia ci si ritrova a dover fare i conti con tre punti critici: il primo è tentare di non scontrarsi con gli “aiuti di Stato” che la normativa comunitaria proibisce, perchè ridurre l’IRES solo per alcune imprese e farlo su una specifica realtà territoriale potrebbe essere considerato, appunto, un illegittimo aiuto da parte dello Stato. Il secondo nodo richiama alle conseguenze che una riduzione dell’IRES potrebbe liberare su altre imposte sia dirette che indirette; e infine c’è la difficoltà di individuare i soggetti che beneficeranno di questa misura selezionando i giusti criteri tramite cui farlo (ad esempio si potrebbe sfruttare il discorso dimensionale per concedere oppure no questa forma di sostegno).

Potenziamento della rete infrastrutturale

Per quanto riguarda il capitolo infrastrutture, invece, il piano per il Mezzogiorno sembra intenzionato ad operare su due linee: dare il via libera a una serie di interventi per la creazione e il rafforzamento dell’alta velocità, e realizzare un piano autostradale con la collaborazione del CIPE. Si spingerebbe dunque sul discorso delle infrastrutture legate alla mobilità, poiché è sotto gli occhi di tutti la situazione in cui versa il Sud, dilaniato tra autostrade incomplete da decenni (si veda l’eclatante caso della Salerno-Reggio Calabria) e relegato ad un sostanziale isolamento in fatto di alta velocità.

Decontribuzione rafforzata per le imprese meridionali

Per quel che concerne la decontribuzione per le imprese del Sud, l’ipotesi è ancora in alto mare. L’idea c’è e consiste nel concedere ulteriori sgravi fiscali alle imprese che assumono personale, ma il dubbio è dato dal fatto che misure di decontribuzione siano già state varate e siano tuttora in circolo: contratti di apprendistato e assunzioni pronte ad aver luogo entro il 31 Dicembre 2015 godono già di alcune agevolazioni fiscali, come il taglio dei contributi su base triennale e un ulteriore sgravio per apprendisti confermati al termine del periodo “di prova”.

Di conseguenza quali altre misure di decontribuzione potrebbero mai essere attuate? Agevolazioni riguardanti l’assunzione di personale sono già in circolo e ormai sembrano anche piuttosto importanti sotto un punto di vista economico. E se i segnali di crescita derivanti dall’attuazione di tali misure sono stati timidi e non sufficienti, la soluzione per stimolare gli investimenti evidentemente non può ancora essere cercata su questo fronte.

Ciò che ci vorrebbe è un taglio serio, grande e permanente del costo del lavoro, ma questa si preannuncerebbe come una misura tanto importante e coraggiosa da non dar modo di credere che possa diventare realizzabile. Quanto meno in Italia o quanto meno a fronte di determinate condizioni con cui ci si ritrova a dover fare i conti: d’altro canto una forte riduzione della pressione fiscale sul lavoro del meridione, ma più in generale di quello italiano, richiederebbe un taglio della spesa pubblica altrettanto prorompente. E si sa, nel Belpaese la spesa è davvero molto difficile da razionalizzare e da tagliare per via di interessi troppo forti che vi gravitano attorno ma anche a causa di una cultura italiana forse un po’ troppo a sfondo assistenzialista.

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