Pensione anticipata e flessibilità in uscita: riforma entro fine anno

In questi giorni il dibattito politico è tornato a trattare lo scottante tema delle pensioni e più nello specifico della cosiddetta flessibilità in uscita. Le discussioni in essere stanno sollevando un grande quesito: come risolvere il problema dell’uscita dal mercato del lavoro, o meglio, quale trattamento prevedere per quelle persone che decidono di andare in pensione anticipata?

Non concedere in toto questa possibilità equivarrebbe a ledere i diritti e il principio di autodeterminazione della persona, ma al tempo stesso tenere “maglie larghe” in termini di pensione anticipata aprirebbe le porte a un nuovo buco di bilancio (sanato dalla Riforma Fornero sulle pensioni che, per quanto discussa, ha comunque garantito 80 miliardi di risparmi in tre anni).

Flessibilità in uscita: il Governo promette misure entro il 2105

Il punto di mediazione ideale è quello che il Governo si sta sforzando di cercare, tanto è vero che lo stesso Sottosegretario all’Economia De Micheli, nell’ambito di una convention del Pd in quel di Piacenza, ha garantito che la riforma sulla flessibilità in uscita verrà portata a termine entro qualche mese.

Questo è stato importante ribadirlo dal momento in cui negli ultimi giorni i giornali si sono affrettati nel dichiarare che la riforma in questione sarebbe stata messa da parte per via di “impossibilità di bilancio”. E invece no, le misure sono costantemente all’attenzione dei vertici di Governo e come ribadito dalla De Micheli e dallo stesso Renzi, qualcosa di concreto verrà prodotto entro la fine dell’anno. L’obiettivo è quello di attenuare le rigidità proprie della Legge Fornero o agganciando questi prossimi provvedimenti alla Legge di Stabilità prossima oppure includendoli in un disegno di legge collegato (ipotesi quest’ultima caldeggiata dal Presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi).

Più in particolare il sottosegretario De Micheli ha promesso che nella Legge di Stabilitàcominceremo ad affrontare il tema delle pensioni. La flessibilità comporta che la copertura sia garantita in parte dallo Stato, purtroppo non riusciremo a correggere tutte le ingiustizie. Dobbiamo iniziare da quelle più grandi. Contiamo di arrivare a fine legislatura accompagnando lo scalone della Fornero con maggiore gradualità”. Aperture da parte dell’esecutivo ci sono poi per quel che riguarda il famigerato contributo di solidarietà, tant’è che la stessa De Micheli ammette molto candidamente che questo sia “un principio da riprendere”.

Pensione anticipata più flessibile: prende quota il disegno Damiano

La proposta che sta attirando maggiori consensi nel centrosinistra (ma anche in altre sponde politiche) in fatto di pensioni flessibili è quella elaborata dal Presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. Secondo questa proposta bisognerebbe concedere la pensione anticipata una volta raggiunti i 62 anni di età e i 35 anni di contributi (a differenza dei 66 anni che rappresentano la soglia a partire dalla quale si ha diritto a una pensione “piena”). La facoltà di uscire prima del tempo dal mondo del lavoro, però, porterebbe a una decurtazione dell’assegno pensionistico fino alla misura massima dell’8%.

Per entrare nel vivo della proposta, Damiano ha fatto una simulazione. Immaginiamo che un lavoratore con 35 anni di contributi versati e con 62 anni di età anagrafica decida di andarsene in pensione senza aspettare la soglia di riferimento dei 66 anni. I quattro anni di anticipo gli porteranno una penalizzazione dell’8% (2% all’anno): un eventuale assegno pensionistico che sarebbe stato di 1000 euro cala di conseguenza a 920 euro.

Nell’ipotesi in cui il lavoratore volesse invece rimanere sul posto di lavoro anche dopo i 66 anni, per lui si profilerebbero maggiori guadagni in termini di prestazione: ogni anno in più lavorato oltre la soglia gli permetterà di maturare un 2% in più di profitto. Di conseguenza un lavoratore che decidesse di andarsene in pensione a 70 anni (soglia limite oltra la quale non si può più lavorare) si vedrebbe riconosciuto un assegno di 1080 euro anzichè di 1000.

Renzi impone il “costo zero”: le reazioni di politica e sindacati

In ogni caso queste settimane saranno decisive per capire quale direzione intenderà intraprendere il Governo. Quel che è certo, è che Renzi non è disposto ad attuare misure che possano in qualche modo avere un costo per le casse dello Stato. Ma Pier Paolo Baretta, altro sottosegretario all’Economia, frena: “la discussione è se il provvedimento sia o meno a costo zero: se si intende sul lungo periodo allora il risparmio complessivo c’è, ma nei primi anni lo Stato dovrà anticipare una quota parte dell’uscita dei lavoratori”. Dello stesso avviso anche lo stesso Damiano e persino Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro, secondo cui l’idea di una riforma a somma zero sia impossibile ma si possa tutt’al più parlare di “interventi con costi minimi”.

Uniti i sindacati nel chiedere che la Legge di Stabilità metta mano al tema delle pensioni e più in particolare all’introduzione di quella flessibilità che è fondamentale se si vogliono dare risposte eque a chi è in procinto di uscire dal mercato del lavoro. Rinviare il tema, ammonisce il segretario confederale Cisl, sarebbe “profondamente sbagliato perchè le conseguenze dell’aumento repentino dell’età pensionabile realizzato dalla Fornero sono sotto gli occhi di tutti”. A fargli eco è il segretario confederale Uil Domenico Proietti, il quale confessa che sarebbe a dir poco “incredibile se il Governo rinviasse l’introduzione della flessibilità di accesso alla pensione ripetutamente annunciata negli ultimi mesi sia dal premier che dal Ministro del Lavoro”.

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