Lavoro: si studia il contratto Unico

Uno dei problemi con il quale il governo deve fare i conti è quello relativo alla riforma del lavoro. Tutti ci ricordiamo il pianto del Ministro Fornero di qualche mese fa quando dovette annunciare la riforma delle pensioni, che diede inizio alla politica di austerity con cui il governo cerca di risanare un bilancio distrato. Ora, invece, è la volta della riforma del lavoro e si comincia a delineare quella che sarà, con molte probabilità, la riforma definitiva: il contratto unico. Questa soluzione, infatti, potrebbe mettere d’accordo tutti, governo e sindacati, e che potrebbe conciliare l’esigenza di tutelare i lavoratori con quella di rendere il mercato del lavoro più flessibile.

L’idea di fondo è quella di sostituire i contratti esistenti attualmente (che secondo una stima dell’Istat sono circa 48) con un unico contratto nazionale chiamato CUI (contratto unico di ingresso) il cui scopo sarà quello di ricucire il divario tra lavoratori italiani e quelli del resto d’Europa che, in media, hanno salari più alti dei nostri.

La vera particolarità del contratto unico sarà quella di essere diviso in 2 fasi: una di ingresso e una di stabilità. La prima fase prevede l’inserimento nell’azienda del lavoratore che, a seconda della tipologia di lavoro potrà durare al massimo per 3 anni. Durante questo periodo il lavoratore avrà diritto, in caso di licenziamento senza giusta causa, ad un risarcimento equivalente alla paga di 5 giornate per ogni mese lavorato. In pratica se si viene licenziati dopo 1 anno e mezzo di lavoro si avrà diritto a 3 mesi di paga aggiuntiva in caso di licenziamento.

La seconda fase (che scatta automaticamente trascorso il periodo massimo di 3 anni) prevede tutti i diritti e i doveri dell’attuale contratto a tempo indeterminato.

Oltre al Cui nella riforma è previsto anche un cambiamento del contratto a tempo determinato e di quello a progetto che, di fatto, diventerà molto più costoso per le aziende. Infatti non sarà più possibile assumere con questi contratti se il lavoratore guadagnerà meno di 25 mila euro lordi all’anno (per quelli a tempo determinato) o di 30 mila euro l’anno (per quelli a progetto).

Ovviamente saranno esclusi tutti quei lavori tipicamente stagionali come quelli nel settore agricolo, negli stabilimenti balneari e negli hotel dove il lavoro si svolge solo per alcuni mesi all’anno.

Conclusione

Il Contratto Unico, a nostro giudizio, potrebbe rappresentare un ottimo compromesso e rilanciare il mercato del lavoro. La divisione del CUI in 2 fasi, infatti, consente ai datori di lavoro di avere maggiore flessibilità e ai lavoratori qualche tutela in più.

L’azienda, infatti, potrà licenziare liberamente il lavoratore prima della scadenza dei 3 anni ma dovrà pagare un indennizzo piuttosto cospicuo, altrimenti sarà costretto a passare automaticamente alla fase 2 che prevede tutti i diritti dell’attuale contratto a tempo indeterminato.

In questo modo si evita che i lavoratori, in particolare giovani, si vedano costretti a stare anni e anni con contratti di lavoro a 3-4 mesi che vengono di volta in volta rinnovati senza permettere loro di accumulare anzianità, liquidazione e quant’altro.

Ovviamente saremo ben lieti di discuterne con tutti i lettori nello spazio qui sotto riservato ai commenti.

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