La ripresa dell’Islanda: un miraggio per la Grecia?

Negli ultimi tempi sono diversi i Paesi che hanno subito un downgrade da parte delle agenzie di rating. Tra i principali troviamo quelli di Moody’s che due settimane fa ha tagliato il rating di Spagna, Portogallo, Italia, Slovenia, Malta e Slovacchia – tutti questi Paesi hanno dovuto indietreggiare di un gradino nel proprio rating. L’agenzia americana non ha risparmiato nemmeno Austria, Francia e Gran Bretagna che sono state messe sotto osservazione con outlook negativo. Non è difficile immaginare le conseguenze di questi tagli sull’andamento dei mercati finanziari europei e del trading in generale. In netta controtendenza l’Islanda guadagna invece una promozione del proprio rating di debito, sia da Moody’s sia da un’altra agenzia, Fitch, passando recentemente da BB+ a BBB-. Un portavoce di Fitch ha dichiarato che l’Islanda ha fatto passi da gigante nel “ristrutturare la stabilità macroeconomica” e che la “reazione politico economica poco ortodossa che è stata attuata a suo tempo, si è dimostrata efficace”.

L’economia dell’Islanda ha vissuto un momento di profonda crisi nel 2008 quando le sue tre maggiori banche si sono trovate con un’ammontare di debiti accumulati pari a ben dieci volte il PIL totale della nazione stessa. Il peso dei debiti era talmente alto da costringere le banche in questione al fallimento, lasciando che fossero i creditori a pagare le conseguenze della crisi debitoria.

A quel punto l’Islanda dovette accettare un pacchetto di salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di 2.2 miliardi di dollari.

La prima riforma attuata dal governo islandese è stata la nazionalizzazione delle banche fallite, seguita da ulteriori riforme volte a ripagare il proprio deficit pubblico. La non appartenenza all’euro zona ha permesso all’Islanda una maggiore libertà nell’implementazione delle misure di austerity, essa ha potuto infatti mantenere la spesa pubblica intatta da pesanti tagli per un periodo di tempo relativamente lungo e beneficiare dell’aumento delle esportazioni grazie all’indebolimento subito dalla propria valuta.

Secondo le stime dell’agenzia Fitch, il risultato di questa politica è una crescita dell’economia islandese del 3% nel 2011. È interessante paragonare questi dati con quelli di un altro Paese afflitto da una profonda crisi di debito, la Grecia, la cui economia registrerà secondo le stime delle agenzie di rating una contrazione del 17% nell’arco 2009-2013.

A differenza dell’Islanda, la Grecia rimarrà parte dell’euro zona e potrà quindi godere di maggiori vantaggi commerciali nel lungo termine; allo stesso tempo però la libertà d’azione in termini di spesa pubblica sarà maggiormente limitata (e controllata) dai termini dettati dalla moneta unica – nonchè dagli enormi debiti da saldare.

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