Petrolio ai minimi: la crisi dei bond energetici è alle porte?

investire nel petrolioIl prezzo del petrolio è ai minimi dal 2003, e con l’inizio di questa settimana le cose non sono andate come in molti si auspicavano: il prezzo del petrolio scende di un altro 2%, le quotazioni di Wti perdono il 2.07% e quelle del Brent scendono del 2.59%. Nel fine settimana scorso è peraltro stato annunciato lo stop definitivo alle sanzioni contro l’Iran, misura quanto più controversa che è stata presa in carico dopo che Teheran ha adempiuto agli obblighi messi nero su bianco dall’accordo nucleare ratificato lo scorso mese di Luglio. Ciò permetterà al governo iraniano di tornare ad esportare greggio senza limitazione alcuna, il che significa disponibilità immediata di oltre mezzo milione di barili al giorno e di un milione in più entro un anno.

Insomma, sul petrolio si stanno avvicendando non pochi fatti che tra la discesa del prezzo al barile, la questione tessuta con l’Iran e anche la crisi geopolitica che sta attraversando il Medio Oriente, non può in qualche modo non riverberarsi sulle economie apparentemente più solide.

Stati Uniti d’America, l’economia rallenta

In tutto questo quadro fa capolino l’economia statunitense che ad oggi ci consegna dei dati non poi così promettenti: le ultime notizie descrivono una situazione in cui le vendite al dettaglio diminuiscono e la produzione industriale scende per il terzo mese consecutivo. Alla luce di ciò, gli analisti stimano che la crescita economica degli USA subirà un forte rallentamento per quel che riguarda il quarto trimestre attestandosi a quota +0.6% (rispetto a un +2% registrato dal terzo trimestre).

Bond energetici, quanto è realistico il rischio default?

Il calo delle quotazioni del petrolio, pur essendo arrivate già a un prezzo estremamente basso rispetto a quello che è il suo normale valore, potrebbe proseguire inesorabile fino a toccar quota 25 o addirittura 20 dollari al barile. Se apparentemente questo meccanismo potrebbe favorire i consumatori, in realtà c’è da dire che prezzi così bassi potrebbero in qualche modo danneggiare i titoli del comparto energetico: i bond ad alto rendimento, ossia quelli considerati più rischiosi e con valore a 1.500 miliardi di dollari. La discesa del prezzo del petrolio rischia infatti di far valere molto meno questi titoli, tanto è vero che questi stessi titoli, rispetto alla metà del 2014, ad oggi valgono circa il 30% in meno.

L’economista Nouriel Roubini, lo stesso che tra l’altro previde la crisi finanziaria del 2008, fa notare che questo meccanismo perverso potrebbe spianare la strada al default del settore energetico. In quest’ottica la Federal Reserve americana potrebbe vedersi costretta a sospendere il rialzo dei tassi USA, la Banca Centrale Europea proseguire a più non posso con le sue misure di “quantitative easing” e la People’s Bank of China si vedrebbe costretta a diventare più accomodante del solito nei confronti di investitori e consumatori. Roubini spiega più dettagliatamente che semmai questi organismi finanziari dovessero allinearsi su tali misure, la reazione degli investitori potrebbe anche essere piuttosto positiva: in caso contrario, il rischio di collasso del comparto energetico sarebbe da considerarsi più che realistico.

Effetti per la Cina? Lo Yuan sotto controllo

Il ripiegamento dei prezzi del greggio tendono non solo a gettare i riflettori sull’economia americana, ma anche su quanto accade dall’altra parte del mondo, ossia in Cina. Perchè l’andamento dello Yuan incide e non di poco sul destino atteso per l’oro nero nel breve termine, se non altro perchè lo Yuan è la seconda valuta economica importatrice del pianeta.

Sotto questo punto di vista le autorità di Pechino hanno fatto sapere che le banche off-shore dovranno attenersi ai requisiti sui depositi in Yuan, il che significa che anche queste dovranno mettere a riserva una parte della liquidità accantonata (esattamente come avveniva già per il resto delle banche cinesi). Il fatto stesso che sia le off-shore che le banche siano tenute a rispettare la soglia del 17.5% in qualità di riserva, è tesa a limitare casi di speculazione sulla valuta cinese.

Non appena i mercati hanno preso atto di questa misura, la valuta si è non a caso rafforzata dello 0.5% attestandosi su un campio che contro il dollaro è ora a circa 6.58. Teoricamente questo dovrebbe essere un buon segnale per l’andamento del greggio, poiché il rafforzamento dello Yuan apre ad un suo minor costo per gli acquirenti cinesi e di conseguenza ad un inevitabile aumento della domanda interna. Ma nonostante il rafforzamento della valuta cinese debba essere guardato di buon occhio, ciò che continua a respirarsi è aria di pura e inequivocabile apprensione: l’economia cinese sta nonostante tutto rallentando esattamente come lo sta facendo quella americana.

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