Università e lavoro: su quali corsi vale la pena investire?

Un articolo di Stefano Feltri apparso sul Fatto Quotidiano ha fatto scatenare un mare di polemiche. L’articolo in questione prendeva di mira la questione Università ed in particolar modo quegli studenti che decidono di intraprendere un percorso di studi anziché un altro e che poi, in forza di tale scelta, si ritrovano a dover fare i conti con una realtà lavorativa piuttosto altalenante. Feltri in sostanza si rivolge a quanti decidono di seguire un percorso di studio che sanno a prescindere esser foriero di scarse opportunità lavorative, e pone quindi il seguente quesito: meglio scegliere l’Università che piace di più oppure prediligere corsi che pur non rappresentando le reali aspirazioni degli studenti spianano un po’ più concretamente il terreno del lavoro?

Le lauree che aprono di più al mondo del lavoro

Al di là delle opinioni che si possono nutrire nel merito, i recenti dati forniti da Almalaurea e dal Ceps sembrano voler completare il discorso mettendo a nudo quali sono i titoli di studi che offrono maggiori opportunità di lavoro e quali, invece, sono i corsi dai quali deriva una carriera lavorativa ben più difficile da concretizzarsi. Secondo il rapporto Almalaurea sulle lauree magistrali del 2009, sono questi i tassi di disoccupazione che si sono registrati a seconda del titolo di studio conseguito:

  • Medicina 1,5%;
  • Ingegneria 2,9%;
  • Economia e Statistica 8,6%;
  • Architettura 11,2%;
  • Educazione fisica 12,6%;
  • Linguistico 12,8%;
  • Scienze politiche 13,3%;
  • Psicologia 15,7%;
  • Agraria 15,8%;
  • Giurisprudenza 17,9%;
  • Lettere 21,2%;
  • Geo-biologia 21,7%.

Dai dati emerge dunque una realtà che non si discosta poi molto rispetto alle idee che la gente è solita farsi sui vari corsi di studio: le facoltà a indirizzo letterario danno purtroppo delle scarse opportunità lavorative, mentre i settori giuridico e geo-biologico sono quelli nell’ambito dei quali si registrano i livelli massimi di disoccupazione. Va molto meglio per medicina, ingegneria ed economia laddove si rilevano ottime possibilità di venire inseriti in tempi brevi nel mercato del lavoro.

Il Ceps conferma: medicina ed economia le lauree più produttive

Il rapporto di Almalaurea non è però l’unico che possiamo prendere a mo’ di riferimento sotto questo punto di vista. A tal proposito, infatti, possiamo citare anche quanto emerso dal Centre For European Policy Studies (Ceps), un autorevole think tank europeo che ha pensato bene di effettuare un’analisi approfondita del mondo universitario e di trarne interessanti conseguenze per quel che riguarda la correlazione tra percorso di studi e opportunità di lavoro.

Se poniamo 100 come valore medio attualizzato di una laurea magistrale a cinque anni dal conseguimento del titolo, i rendimenti rilevati nel territorio italiano per i principali corsi di studio sono i seguenti:

  • Medicina 398;
  • Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche 273;
  • Informatica e Fisica 55;
  • Lettere -265.

Anche il Ceps così come Almalaurea conferma che studiare Lettere o Filosofia o Storia, in Italia, si ponga come un investimento molto poco redditizio. Anzi nella gran parte dei casi può rivelarsi come una scelta che non solo non dà adito a guadagni da parte del laureato, ma che apre persino le porte a delle perdite nette (si veda il -265 di Lettere).

Università: ma allora quale corso scegliere?

Tutti questi dati portano a pensare che facoltà come Lettere non offrano grandi spazi in termini di opportunità lavorative, tanto è vero che come abbiamo avuto modo di constatare la richiesta del mercato del lavoro per questo genere di laureati è non solo bassissima ma addirittura quasi nulla. Ciò non vuol dire che facoltà come Lettere, Filosofia e Storia debbano essere snobbate: se non abbiamo particolare fretta di cercare un posto di lavoro, o se magari vogliamo lavorare ma non per forza di cose in settori attinenti il nostro percorso di studi (ed abbiamo perciò scelto queste facoltà per pura passione personale), allora non dobbiamo farci particolari problemi.

Diversa è invece la questione nell’ipotesi in cui il percorso di studi sia stato intrapreso proprio con l’obiettivo di arrivare a questa o a quella specifica occupazione. Come spiega Ilaria Maselli, ricercatrice italiana che ha preso parte alla ricerca del Ceps: “non esistono lauree inutili, è necessario però arricchire il curriculum con esperienze concrete. Qui stiamo parlando di calcoli puramente economici. La prospettiva dei ’returns of education’, i ritorni dell’istruzione, è molto più ampia. Non sono d’accordo con chi dice che ’studiare lettere è inutile’ perché il suo valore non può essere limitato al calcolo che svolgiamo in questa determinata indagine”.

Chi vuol prendersi una laurea con l’obiettivo di ricoprire un determinato posto di lavoro, farebbe perciò bene a porsi le seguenti domande: “Sono in grado di portare avanti – anche economicamente parlando – un percorso di studi che impegnerà diversi anni della mia vita?”; “Cosa cercano realmente al giorno d’oggi le imprese?”; “Se decido di studiare Lettere o Giurisprudenza come posso rendermi ancor più appetibile agli occhi delle aziende?”.

Alla luce di tutto quanto ciò la questione appare assai difficile da risolvere con poche parole alla mano. Ora come ora non c’è proprio via di scampo: le Università che garantiscono una più elevata probabilità di trovare lavoro sono poche e se vogliamo sempre le solite. Il sistema tutto dovrebbe esser rivisto da cima a fondo in maniera tale che tutte le facoltà bene o male siano nelle condizioni di garantire non per forza di cose la certezza, ma quanto meno una buona probabilità di avere un futuro professionale più certo dinanzi a sé; ma il percorso su questo fronte si preannuncia faticosamente in salita.

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