Usa, Trump presidente: il bilancio a un anno dall’elezione

donald trump

Un anno fa gli Stati Uniti d’America vennero “sconvolti” politicamente dall’elezione a Presidente di Donald Trump. Un trauma che provocò conseguenze sociali inimmaginabili. Il Trump-Day, l’8 novembre 2016, ha scavato un fossato che divide ulteriormente le due Americhe.

Le elezioni di martedì hanno “festeggiato” la ricorrenza con la vittoria dei democratici in tre stati; un successo ottenuto peraltro nella contrapposizione proprio ai principali temi politici sui quali Trump lo scorso anno aveva costruito la sua campagna alla conquista del voto bianco di estrema destra. Ed è significativo che l’ex-presidente Barack Obama abbia avuto una parte importante in questa campagna elettorale.

Un prologo forse per il partito democratico del romanzo con una trama volta alla conquista della maggioranza parlamentare nel 2018? Se lo chiedono in tanti ma dare una risposta è alquanto difficile. I segnali ci sono ma le varianti sono numerose.

Le sconfitte non abbattono Trump e né gli danno lezioni. Intanto i sondaggi sono in ribasso come non era mai accaduto ad un presidente eletto da solo un anno. Un dato emblematico certifica questa défaillance: nei primi mesi della sua presidenza Trump ha scelto deliberatamente la strada della contrapposizione con chi non l’aveva votato. In un anno non si contano le decine di tweet ostili verso Hillary Clinton. Evidente lo scopo, non porre mai fine alla campagna elettorale, anzi continuarla dallo studio ovale, facendo della sua rivale il simbolo del Partito democratico, l’effigie che diventa un bersaglio facile da colpire al cospetto della sua platea.

Così finché non ci sarà una figura «presidenziale» tra i democratici, quello schema continuerà a tenere banco nei calcoli di Trump. Ma c’è da scommettere che nel mirino, con sempre maggiore intensità, finiranno i capi del Partito repubblicano. Steve Bannon è molto chiaro da tempo su questo punto. L’ideologo di Trump, che con il presidente mantiene un dialogo costante, nonostante l’estromissione dalla Casa Bianca, considera l’establishment repubblicano il problema principale, colpevole di non aver portato avanti con la necessaria determinazione e convinzione la sua agenda conservatrice e, soprattutto, di avere consentito che l’indagine sul Russiagate prendesse il via e si sviluppasse, senza mai provare poi a fermare il procuratore Mueller.

Il voto di martedì è allarme rosso per i repubblicani, ma oseranno distanziarsi dal presidente in vista del 2018? Qualcuno l’ha già fatto, altri seguiranno. Molti però non lo faranno.

Perché le milizie di Bannon sono già sul piede di guerra per mettere fuori gioco i repubblicani che cercano la rielezione e sono considerati a rischio di autonomia dal presidente.

Conflitti su tutti i fronti, dunque. E, alla luce di un anno di presidenza, si può dire che Trump è un leader riluttante a fare guerre perché impegnato in una permanente guerra domestica. Può essere una coincidenza. Può esserci invece un’interazione tra le due cose, su cui però nessuno ha finora indagato. Fatto sta che, finora, con questo presidente, le contraddizioni interne americane, sebbene esplosive, non si sono finora risolte in guerre esterne.

 

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