Buona Scuola: cos’è e come funziona lo School Bonus

La riforma della pubblica istruzione che nel corso di queste settimane si è resa nota sotto il nome de “La Buona Scuola” è stata al centro del dibattito politico: sono stati molti gli oppositori che in questo decreto hanno visto l’introduzione di una eccessiva verticalizzazione del potere (come quello dei presidi nei confronti dei professori) e che, sempre tra le norme in esso contenute, non hanno visto di buon occhio neanche il cosiddetto School Bonus.

Ciò su cui vogliamo concentrarci in questa sede è proprio il secondo punto che, di fatto, istituisce un nuovo e interessante sistema di detrazioni per coloro i quali effettuano erogazioni liberali a favore di istituti scolastici. La norma prevede che le persone disposte a donare contributi a istituti pubblici e paritari abbiano diritto a godere di un credito di imposta, o meglio, di uno sconto fiscale che è pari al 65% per il 2015 e il 2016, e al 50% per il 2017 (il credito andrà poi ripartito in 3 quote di pari importo su un arco temporale di 3 anni).

School Bonus: come funziona nel dettaglio

Ma entriamo nel vivo della questione e cerchiamo di capire perchè su questa norma di per sé innocente siano piovute tante critiche. Lo School Bonus è un’agevolazione introdotta dal Dl “La Buona Scuola” che fa capo alla legge numero 107 del 2015.

Questa novità mira ad andare incontro ai contribuenti che effettuano donazioni a titolo assolutamente volontario a favore delle scuole: le donazioni possono avere l’obiettivo di realizzare nuovi istituti, ma anche lo scopo ultimo di potenziare o effettuare opere di manutenzione che si rendono necessarie al di là di quelle già messe in atto dall’esecutivo.

La parola “bonus” in questo caso ha un significato ben preciso: concedere a questi donatori un credito di imposta la cui entità è prevista nelle percentuali che abbiamo visto poc’anzi. Ma chi sono i contribuenti che possono donare soldi alle scuole e dirsi coinvolti dal raggio dello School Bonus? La legge prevede che possano ritenersi parte di questo progetto i contribuenti privati, le persone fisiche, enti non commerciali e titolari di reddito di impresa.

Credito di imposta su erogazioni liberali: un esempio pratico

Stabilite le percentuali di credito (65% per questo e il prossimo anno, e il 50% per il 2017), la legge stabilisce altresì che le agevolazioni introdotte con questo bonus debbano avere un tetto massimo di 100 mila euro per ciascun anno. Ciò vuol dire che se il credito goduto su una somma di 1000 euro dovesse essere di 650 euro (il 65% per l’appunto), il contribuente si ritroverebbe ad incassare tale somma per un massimo di 216 euro all’anno su tre anni (proprio per il principio della ripartizione equa su tre quote).

Leggermente diverso è il caso previsto per i donatori che sono al tempo stesso dei titolari di reddito di impresa: anche qui vale il concetto delle 3 quote in 3 anni, ma tale credito può altresì essere sfruttato a mo’ di compensazione in base a quanto stabilito dall’articolo 17 del decreto legislativo n. 241 (con data 9 luglio 1997). Tale credito non è però rilevante ai fini IRPEF, IRES e IRAP, né concorre perciò alla determinazione di addizionali comunali e ragionali.

School Bonus: come fruire dell’agevolazione?

I contribuenti che volessero effettuare una o più erogazioni liberali per partecipare alla costruzione o al potenziamento di una infrastruttura scolastica, possono godere del credito di imposta nella misura del 65% per i primi due anni e del 50% per l’anno 2017 provvedendo ad inviare una comunicazione telematica al MIUR. All’interno di questa comunicazione è obbligatorio indicare l’entità delle somme che sono state erogate a favore della scuola ai sensi del comma 148, e al tempo stesso specificare la destinazione d’uso di quella stessa donazione.

Per farlo, nel sito del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca v’è un’apposita sezione dedicata allo School Bonus: la comunicazione deve avvenire proprio nell’ambito di questa area telematica, nel rispetto delle disposizioni del codice in quanto a protezione e tutela dei dati personali.

School Bonus, School Guarantee e così via: la scuola si apre al mercato

Il fatto stesso che dei soggetti privati possano finanziare attività di pubblica utilità avvicina, di fatto, il sistema di istruzione italiano a quello di tanti altri Paesi che già da anni hanno fatto propria questa scelta. Uno su tutti è il Regno Unito che come noto ha una forte presenza del privato nell’economia, nella sanità e nell’istruzione: in questo Paese la collaborazione tra pubblico è privato è più che mai stretta tanto che in alcuni casi si completa, mentre in altri finisce persino col sovrapporsi.

E ciò che non piace ai critici dello School Bonus è proprio questo: permettere ai privati di entrare a gamba tesa nel sistema di istruzione pubblico. In realtà lo School Bonus è l’esempio più eclatante di come la riforma abbia voluto aprire la scuola al mercato, poichè tra le norme contenute ne “La Buona Scuola” figurano altri strumenti del tutto simili quali lo School Guarantee, il Crowfunding e i Social Impact Bonds.

Secondo i detrattori, in sostanza, investire nella scuola dovrebbe essere interesse del solo esecutivo e non di altri organi. I favorevoli vedono invece in questa apertura al privato un’occasione di investimento, di miglioramento dell’offerta formativa, una concreta opportunità di modernizzare un sistema obiettivamente rimasto vecchio e anacronistico, nonché una tangibile possibilità di avvicinare la scuola alla realtà che la circonda (in primis quella lavorativa).

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