Torna la fiducia sugli immobili, ma è davvero così?

Dati in forte contrasto con quelli del Censis arrivano da Immobiliare.it che, intervistando un campione di 5 mila persone ha rilevato un miglioramento della fiducia dei consumatori nei confronti del mercato immobiliare. Secondo il noto portale online scende al 18,3% (prima era al 21,7%) la percentuale di persone che ritengono di dover aspettare per acquistare un immobile così come scende al 39,3% (dal 40) chi pensa che ci sarà un ulteriore calo dei prezzi. Questo miglioramento, seppur lieve, arriva in forte contrasto con quanto dichiarato nei giorni scorsi dal Censis che ha previsto un possibile calo compreso tra il 20 e il 50% delle quotazioni degli immobili nel solo 2012. Un fatto che, se dovesse avverarsi, rischierebbe di dare il colpo di grazia all’economia italiana già provata dalla crisi europea e dalla pesantezza di un debito enorme che agli attuali tassi di interesse costa troppo rifinanziare.

Quello rilevato da immobiliare.it è un debole segnale di ripresa che, a nostro giudizio, rischia di essere smentito per via dell’IMU che, inevitabilmente, costringerà molti proprietari di seconde e terze case a mettere sul mercato i propri immobili perchè ormai non più redditizi. Tuttavia ci sentiamo in dovere di dare spazio a tutte le visioni del mercato così che ogni lettore possa farsi un’idea di quello che ci aspetta dopo aver sentito tutte le campane.

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Consumi mai così bassi, come risparmiare

Ancora brutte notizie dal fronte dei consumi: secondo il report del Censis e di Confcommercio i consumi delle famiglie italiane caleranno ancora del 2,7% nel corso del 2012. Il dato più preoccupante che si evince dal report è che il calo dei consumi interesserà anche quelle famiglie a reddito medio/alto per via della crescente preoccupazione sugli esiti, incerti, della crisi. Da un lato, quindi, ci sono un numero sempre maggiore di famiglie a basso reddito che stenta ad arrivare alla fine del mese dovendo fare i conti con una crescente pressione fiscale e all’aumento di beni e servizi di prima necessità, mentre dall’altro anche chi potrebbe consumare di più non lo fa per paura di un ulteriore deterioramento del contesto economico. D’altronde se oltre il 20% delle famiglie nel mese di marzo ha avuto difficoltà a pagare la rata del mutuo è assolutamente comprensibile il perchè di questo continuo calo dei consumi.

Ma se i consumi vanno male la capacità di risparmio delle famiglie non è da meno: negli ultimi 6 mesi meno del 10% delle famiglie è riuscita a risparmiare contro il 28% della metà del 2011. Per contrastare la crisi e far quadrare i conti gli italiani hanno tagliato su ristoranti e locali nel 78% dei casi, mentre il 63% ha ridotto gl spostamenti in auto o in scooter per sopperire al continuo rincaro dei prezzi dei carburanti.

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Continua la disputa tra Repsol e Argentina

Come tutti ben sappiamo qualche giorno fa l’Argentina ha annunciato la nazionalizzazione di YPF, società petrolifera controllata al 51% dalla spagnola Repsol. L’Argentina ha dichiarato che la decisione è stata presa perchè la società sarebbe venuta meno ai suoi obblighi di investimento costringendo il paese ha importare risorse energetiche dall’estero pur avendone in quantità. Secondo il presidente Cristina Kirchner la scelta sarebbe stata presa per tutelare l’interesse pubblico dell’Argentina a sfavore degli interessi privati dell’azienda. Ma dopo le tensioni iniziali, con madrid che ha richiamato il proprio ambasciatore dall’Argentina, la disputa si sta spostando sul piano economico. Secondo la Repsol il governo del paese sudamericano dovrebbe sborsare circa 10 miliardi di dollari per aver nazionalizzato YPF mentre gli analisti di Buenos Aires parlano di una cifra prossima ai 4 miliardi di dollari, ossia meno della metà.

Ma al di la della disputa economica sta salendo la tensione nei confronti della Spagna, già al centro della crisi europea per via della propria economia che rischia di far tracollare l’intera eurozona. Se da un lato l’intera comunità economica occidentale si dice preoccupata per il comportamento dell’Argentina nel gestire gli accordi commerciali, dall’altro tutti sembrano voler far intendere che si tratta di una disputa bilaterale tra Repsol e il paese sudamericano.

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Prestiti flessibili: cosa cambia rispetto a prima?

Ultimamente si fa un gran parlare di prestiti flessibili. Ma cosa sono esattamente? E cosa offrono di diverso rispetto ai normali finanziamenti che siamo stati abituati a trattare fino ad oggi? Con la crisi economica sono cambiate le necessità delle famiglie e, di conseguenza, l’approccio che le stesse hanno con il credito. Se fino a qualche anno fa si chiedeva un finanziamento solo per affrontare una spesa importante, oggi lo si richiede per affrontare la normale vita quotidiana e tutti i costi che essa comporta. Ma il vero punto è questo: le famiglie hanno paura di chiedere un finanziamento perchè non sanno se riusciranno a pagarlo. Secondo la Crif nel 2011 la domanda di prestiti è calata del 4,7%. Proprio per questo gli istituti di credito hanno ideato i, cosidetti, prestiti flessibili, ossia dei finanziamenti in grado di adattarsi alle esigenze del momento dei singoli clienti.

In teoria questi finanziamenti dovrebbero consentire ai clienti di modificare l’importo della propria rata in caso di difficoltà finanziarie improvvise. In sostanza questi prodotti prevedono un piano di rimborso modificabile sia per quanto riguarda l’importo della rata che per quanto riguarda la durata del finanziamento stesso. Non di rado, poi, vi è la possibilità di saltare 1 o più rate (che verranno recuperate alla fine del finanziamento) qualora si debbano affrontare dei problemi di natura economica.

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Perchè le banche spagnole rischiano grosso

Continuiamo a monitorare la situazione dell’economia della Spagna per cercare di capire come questa possa influenzare anche la crisi della zona euro. A questo proposito è molto interessante analizzare i dati diffusi da reuters.com sulla “qualità del credito” delle banche spagnole, banche che stanno attraversando un momento critico. Secondo reuters i crediti inesigibili delle banche spagnole sono saliti, a febbraio di quest’anno, al livello più alto da ottobre 1994, ossia all’8,2% dei portafogli di credito. I dati, estrapolati dal report della Banca di Spagna diffuso mercoledì, testimonia come sia in atto una durissima recessione nel paese con la crescente difficoltà delle famiglie a rimborsare i propri debiti contratti con gli istituti di credito. Le banche si trovano ad affrontare una nuova ondata di insolvenze mettendo in serio pericolo la tenuta dell’intera sistema.

Il problema più grande è che in questo contesto, secondo gli analisti, il governo spagnolo non avrebbe i margini economici per intervenire a sostegno delle famiglie in difficoltà. Insomma già è difficile che Madrid riesca ad andare avanti senza aiuti da parte della BCE, figurarsi se sarà in grado di trovare le risorse finanziarie per intervenire a sostegno delle famiglie che non riescono a pagare i mutui.

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Fuga di capitali dall’Italia e dalla Spagna

In questi ultimi giorni lo stiamo ripetendo a più non posso: attenzione agli effimeri rialzi dei mercati finanziari. Il motivo, come ben si sa, è che i problemi che affliggono l’economia reale sono ancora tutti irrisolti. Ne è l’ennesima testimonianza la crescente fuga di capitali che affligge i paesi del sud Europa e, in particolare, Spagna e Italia. Questo sta ad indicare che la fiducia nella possibilità di una ripresa a breve è inesistente. Ma oltre a questa indicazione di massima questo aspetto rappresenta un vero e proprio problema per la nostra economia in quanto, molto presto, potremmo trovarci a corto di liquidità. Lo squilibrio che si sta venendo a creare tra i cosidetti PIIGS e i paesi del nord europa come Germania, Olanda e Lussemburgo è, a dir poco, preoccupante. Il grafico qui sotto mostra, inesorabilmente, come la fuga di capitali abbia subito una brusca accellerazione ad Agosto 2011 e non si sia ancora arrestata… anzi il trend sembrerebbe confermare una fase rialzista del fenomeno.

Secondo l’analisi effettuata da Bloomberg la fuga di capitali verso i paesi del nord Europa non ha precedenti nella storia dell’euro e gli sforzi fatti fino ad ora con le 2 operazioni LTRo sembrano essere totalmente insufficienti per garantire un minimo di stabilità all’interno dell’area euro.

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