Taglio delle tasse in vista? Forse stipendi più alti dal 2017

Il Governo Renzi continua a marciare dritto su quello che viene considerato l’obiettivo numero uno della sua azione politica: la crescita economica del Paese che per forza di cose passa da obiettivi intermedi, quali la ripresa dell’occupazione, la sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione e il taglio delle tasse.

Dopo le diverse misure già messe in campo nel corso di questi due anni di Governo (che secondo l’esecutivo starebbero dando segnali di tutto riguardo a livello di ripresa), l’obiettivo è perciò quello di continuare con le riforme strutturali insistendo in particolar modo sull’abbassamento del cuneo fiscale, ossia con la riduzione delle trattenute nella busta paga di ogni lavoratore.

Riduzione delle tasse in vista: dal 2017 stipendi più alti?

A questo proposito il viceministro dell’Economia Morando ha sostenuto che, per quanto non ci sia ancora nulla di certo, alcune misure relative alla riduzione dell’IRPEF saranno anticipate al 2017 rispetto al 2018 (anno in vista del quale erano previste). Più in particolare si parla di tagliare di sei punti il cuneo fiscale per i neo-assunti, ossia ridurre di tre punti l’onere che pesa sul datore di lavoro e di ridurre dei rimanenti tre punti la parte di onere che grava sul lavoratore.

Ci sono perciò due diverse modalità attraverso le quali viene ritenuto possibile il raggiungimento di questo obiettivo: o riducendo le aliquote IRPEF o tagliando la quota di contributi previdenziali attualmente destinata a rimpolpare il tesoretto della pensione. Indipendentemente dalla strada che verrà scelta si stima che con questa misura potrebbero spuntare circa 125 euro in più nelle buste paga dei lavoratori (per un valore annuo di circa 1500 euro), ma dato che una metà di questo valore verrà molto probabilmente dirottato ai fondi pensione per ripristinare il mancato contributo previdenziale, alla fin fine, qualora il disegno prospettato dal Governo dovesse passare su queste basi, il lavoratore medio potrebbe presto ritrovarsi con circa 43 euro in più in tasca.

C’è tuttavia l’ipotesi di fare di questa condizione una misura del tutto facoltativa. Il lavoratore, in sostanza, potrebbe venir messo dinanzi ad una scelta: o utilizzare questa percentuale di abbassamento del cuneo fiscale tutta a mo’ di maggiore di stipendio, o utilizzarne solo una parte e lasciare che l’altra finisca sotto forma di contribuzione previdenziale (e quindi di maggiore pensione).

Riduzione dell’IRES: misura strutturale dal 2017

A partire dal 1 Gennaio 2017 assisteremo al calo dell’IRES, Imposta sul Reddito delle Società, che subirà un alleggerimento del 4% e che porterà l’Italia ad avere una tassazione sul reddito delle società dal 27 al 23% (percentuale che in questo modo diventerà più bassa rispetto a quella vigente in altri paesi d’Europa, come ad esempio la Spagna). Il taglio dell’IRES ha rappresentato un vero e proprio cavallo di battaglia del premier Matteo Renzi e dell’intera azione di Governo e utilizzata, proprio per questo, come dimostrazione di come l’esecutivo starebbe lavorando al taglio delle tasse anche e soprattutto per le imprese (già un anno fa venne messa mano ad un’altra insidiosa imposta, nota come IRAP, che venne alleggerita nella misura del 10%).

Blocco dell’aumento IVA garantito per tre anni

L’IVA rappresenta un tema che in Italia viene discusso a più riprese: lo si prende in considerazione per un po’, lo si abbandona non appena l’aumento viene scongiurato e lo si riprende quando la clausola di salvaguardia a rischio copertura fa insorgere il timore che l’aumento possa tornare ad essere una ipotesi quanto più probabile. Proprio per stemperare un po’ gli animi il Governo Renzi è al lavoro per bloccare l’aumento dell’IVA per l’intero triennio 2017-2019: si tratta di una misura davvero molto sentita dall’opinione pubblica e che in virtù di ciò – semmai dovesse realmente riuscire a passare – potrebbe rappresentare un vero e proprio cavallo di battaglia per il rilancio del Governo in termini di popolarità.

Ma si tratta al tempo stesso di un nodo a dir poco dolente dato che richiede una copertura neanche troppo minima: parliamo di 15 miliardi di euro necessari per disinnescare la clausola di salvaguardia. Per quanto non ufficiale, si mormora che l’esecutivo possa attingere questo tesoretto dai risparmi prodotti dalla riforma della Pubblica Amministrazione, anche se 15 miliardi di euro rappresentano una somma davvero molto importante e per questo impossibile da recuperare solo ed esclusivamente da questo fronte (in fondo chi crede mai che la PA possa arrivare a risparmiare una tale entità di denaro?). Non è perciò escluso che il blocco della clausola di salvaguardia non possa venire coperto anche con aumenti di tasse da qualche altra parte o con una maggiore flessibilità concessa dall’Unione Europea in termini di bilancio (che detto in altre parole equivale a dire maggiore deficit).

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