Grecia: si torna alle elezioni

Giornata terribile quella di ieri sui mercati per via del panic selling che si è scatenato sui mercati dopo che è stata diffusa la notizia del mancato accordo tra i partiti della Grecia per la costituzione di un governo tecnico di transizione. Ora il paese dovrà riaffrontare delle nuove elezioni nel mese di Giugno con la grande probabilità che ne escano vittoriosi i partiti antieuropeisti che, non applicheranno le misure imposte dagli organismi internazionali come contro partita degli aiuti. Insomma l’ipotesi di un’uscita veloce di atene dall’euro (ossia entro 2 mesi) sembra essere sempre più certa anche se i risvolti politici ed economici per l’eurozona e per la grecia stessa sono tutt’altro che banali. Le prime stime dei costi da sostenere nel caso l’euro perdesse uno dei suoi stati membri sarebbero altissimi per tutti gli europei e non solo per i greci. Ma, ovviamente, si tratta solo di stime perchè nulla può essere previsto in uno scenario tanto catastrofico come quello che si sta delineando all’interno del vecchio continente.

Il “non sapere a cosa si va incontro” è anche il motivo del panico registrato sui mercati ogni qual volta si parla di Grecia. Anche ieri all’arrivo della notizia di un mancato accordo dei partiti e del ritorno alle urne tutti i mercati hanno girato in negativo con perdite importanti sia in Europa che al di la dell’atlantico. Gli investitori sembrano volersi allontare da tutto ciò che riguarda l’Euro, eccezion fatta per i titoli di stato tedeschi considerati, in questo momento, il bene rifugio per eccellenza (ma sarà davvero così?).

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Commodities: possibili ribassi in vista

Il mercato delle Commodieties è, da sempre, al centro degli interesse degli investitori perchè tende a riflettere l’andamento dell’economia reale. La preoccupazione è che la maggior parte delle materie prime prossa subire un calo delle quotazioni nel corso del 2012 e, stando ad una prima analisi, le premesse ci sono tutte. La forte crescita del prezzo della maggior parte delle commodities, infatti, è determinato dalla domanda e, indirittemante dalla crescita dell’economia. Dal 2008 ad oggi stiamo vivendo la peggiore crisi economica della storia (forse anche peggiore di quella che caretterizzò i primi del ‘900) ma quello che comincia a preoccupare fortemente gli analisti sono i dati che cominciano arrivare dalle cosidette economie emergenti, ossia quelle che fino ad oggi non avevano subito grandi contraccolpi continuando a crescere a ritmi impensabili per gli standerd europei e statunitensi.

Parliamo, in primis, della Cina che negli ultimi mesi ha dato diversi segni di indebolimento. Quello che era considerato il motore del mondo, infatti, comincia a rallentare la sua corsa crescendo molto meno di quanto fatto negli anni passati. Le esportazioni cinesi sono drasticamente calate per via della crisi che sta mettendo in ginocchio l’Europa.

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Produzione industriale: è calo in tutta l’eurozona

Basandoci sui dati diffusi dall’Eurosta relativi alla produzione industriale nei paesi dell’eurozona abbiamo potuto fare il punto della situazione sullo stato di salute dell’economia all’interno del cuore della crisi. Il quadro che ne esce è estremamente negativo in quanto mediamente si è registrato un calo dello 0,3%. Tuttavia la situazione appare drammatica se si esaminano nel dettaglio le principali potenze economiche della zona e, in particolare, Francia, Germania, Italia e Spagna. Mentre le prime 2 sembrano tenere il passo (a dire il vero la Francia con molta fatica) Italia e Spagna stanno facendo registrare dei risultati estremamente negativi e ampiamente al di sotto della media dell’eurozona. Nel mese di Marzo 2012 la produzione industriale in Italia è diminuita del 5,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno contro il -1,2% della Francia e il +1,4% della Germania.

Non va molto meglio alla Spagna che fa registrare un calo del 7,5%, non molto lontana dai livelli della Grecia che a Marzo ha subito una contrazione dello 8,5%. Fa meglio della Spagna e dell’Italia perfino il Portogallo (si proprio il portogallo in fortissima crisi…) che si ferma ad un -5,7% e l’Irlanda a -3,2%.

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Moody’s taglia il rating delle banche italiane

Ieri sera Moody’s ha comunicato il downgrade di 26 banche italiane. La notizia, che era nell’aria da circa un mese, non ha suscitato più di tanto scalpore perchè le banche tornano a scontare il rischio paese che, con il pericolo di un’uscita della Grecia dall’euro, si fa via via più forte. I rating per le banche italiane, per quello che possono valere, sono oggi tra i più bassi se consideriamo le valutazioni degli istituti di credito dei principali paesi europei. Pesano, sicuramente, le condizioni di un’economia ormai in recessione appesantita da un’azione di austerity del governo che sta portando ad una riduzione a breve termine della domanda economica. Tutto ciò sta portando ad un sempre più difficile finanziamento sul mercato che spingerà le banche a ridurre ulteriormente la propria offerta di credito per evitare il rischio di mettere in pancia crediti di dubbia qualità.

Insomma il rischio più grande per le banche italiane è quello di non riuscire più a finanziarsi sul mercato e di essere costrette a ridurre ulteriormente il credito alle famiglie e alle imprese dando i soldi solo a chi offre garanzie estremamente solide (ossia una rarità in questo periodo). Ma vediamo nel dettaglio quali sono state le motivazioni che hanno spinto il taglio di rating per le principali banche.

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Quanto ci costa finanziare il debito

Ieri la Banca d’Italia ha comunicato che ad Aprile il debito pubblico ha raggiunto la quota record di 1.946,083 miliardi stracciando il massimo storico che era stato toccato a gennaio (“solo” 1.934,980 miliardi). Insomma il calo registrato a Marzo non era affatto un inversione di tendenza ma, semplicemente, un lieve assestamento prima di proseguire la corsa verso i 2000 miliardi di euro un limite che si sperava assolutamente di non raggiungere ma che al momento appare tremendamente vicino. A conti fatti, ad oggi, i 1946 miliardi in questione equivalgono ad un debito di 33.633 euro per ogni abitante del nostro paese. Non a caso l’Italia è uno dei paesi che può vantare, si fa per dire, uno dei più alti debiti pubblici del mondo specialmente se rapportato al pil. Insomma la cura del governo Monti sembra, fino ad ora, non aver avuto i benefici che ci erano stati promessi.

Eppure agli italiani sono stati chiesti sacrifici importanti: aumento delle aliquote fiscali, introduzione dell’Imu, riforma delle pensioni e chi più ne ha più ne metta. Perchè la cura Monti non sta funzionando? La risposta si può trovare facilmente sempre nei dati diffusi dalla Banca d’italia, ossia quelli relativi alle entrate tributarie che diminuiscono dello 0,5%.

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Ticket sanitari addio: arriva la franchigia

Sabato il Ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha annunciato una vera e propria rivoluzione in ambito sanitario (ma con ovvi risvolti economici): i ticket verranno sostituiti dalle franchigie. Anche se le parole del ministro sono state decisamente eloquenti è lui stesso a sottolineare come l’iniziativa sia ancora a livello propositivo. “Siamo a livello di una proposta, non e’ una decisione assunta. Una proposta che va nel senso, come da tempo annunciato, di rendere il sistema della compartecipazione piu’ equo e trasparente e tendenzialmente omogeneo“, queste le parole di Balduzzi ai microfoni Rai. Ma cosa comporta tutto ciò e, sopratutto, quali vantaggi offre al consumatore il passaggio da un sistema basato sui ticket ad uno, di questo tipo, basato sulle franchige? Per prima cosa cerchiamo di comprendere come funzionerà la proposta del Ministro qualora dovesse diventare legge.

Ad ogni cittadino verrà attribuita una franchigia in funzione del reddito familiare calcolato sul modello ISEE (il calcolo terrà conto anche di eventuali figli a carico, o alre condizioni che possano penalizzare economicamente il contribuente). Sul reddito lordo verrà calcolata una franchigia del 3 per mille superata la quale non si pagheranno le spese mediche e i medicinali (in convenzione, ovviamente).

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