Crisi Greca, scure sulle pensioni: come cambia il sistema previdenziale

La Grecia ha attraversato e sta attraversando tuttora un periodo di dura crisi economica. Le intese che il Governo guidato da Alexis Tsipars ha tentato di raggiungere coi vertici internazionali sono giunte a un punto di sostanziale accordo: gli aiuti a favore della Grecia continueranno ad essere erogati e l’inclusione nell’area Euro rimarrà tale se l’esecutivo varerà una serie di riforme ormai considerate improcastinabili. Riforme che la Grecia avrebbe dovuto (e potuto) compiere ormai diversi anni fa e che ci si augura possano rimettere i conti a posto.

Grecia: cambiamento drastico per il sistema previdenziale

E quando parliamo di riforme essenzialmente mirate al risanamento dei conti, è naturale che il riferimento venga per lo più fatto nei confronti del sistema pensionistico: anche in Grecia così come in Italia la spesa per le pensioni ha raggiunto livelli record che non si è più in grado di sostenere. Per questa ragione il sistema previdenziale ellenico che fino ad oggi ha consentito ai suoi contribuenti di andare in pensione anche a soli 50 anni di età, sta rapidamente e drasticamente cambiando rotta: da oggi i lavoratori potranno andare in pensione a 67 anni di età o a fronte di 62 anni di vecchiaia e 40 anni di contributi versati.

Chi deciderà di ritirarsi prima dei suddetti termini finirà col ricevere una pensione minima che tra l’altro scenderà sotto quota 200 euro al mese e non beneficerà di alcuna integrazione da parte del sistema previdenziale pubblico (ciò vuol dire che chi vuole andare in pensione anticipata riceverà un assegno mensile legato solo ed esclusivamente ai contributi versati).  Ma non è tutto. Perchè se da una parte il sistema pensionistico ellenico sta ricevendo un duro riassestamento, ulteriori tagli sono in vista per quel che riguarda i sussidi pubblici fino ad ora erogati a favore di polizia, pompieri, marinai, lavoratori portuali, ingegneri, notai ed avvocati.

Di cambiamenti attesi nella vita delle persone ce ne saranno quindi a volontà, ma anche per quel che riguarda le casse pubbliche si comincieranno a notare risultati a dir poco importanti: nei prossimi 3 anni la Grecia, proprio grazie alla riqualificazione della spesa pubblica destinata alle pensioni, godrà di un risparmio pari a 48.5 miliardi di euro. Dal 2017 in avanti sono poi attesi ulteriori 28.5 miliardi di euro di risparmi annui. Se consideriamo che un punto di PIL è pari ad 1.8 miliardi, i risparmi stimati sono pari all’8.5% del PIL nel breve termine e del 16% del PIL per quel che riguarda un lasso di tempo medio-lungo.

Economia ellenica: il PIL sale, ma non è ancora abbastanza

Quando un sistema economico tanto fragile come quello ellenico (e in un certo senso come anche quello italiano) spende tanto per le pensioni, e quando quella spesa viene drasticamente ridotta, i benefici in termini di bilancio si fanno assai evidenti: la riforma del sistema previdenziale greco renderà il tutto molto più sostenibile, anzi, si dice possa riuscire a diventare il più equilibrato d’Europa (mentre fino ad ora non era solo il più squilibrato del Vecchio Continente, ma addirittura uno dei più generosi e fragili al mondo).

In realtà alcuni analisti non sono convinti che ciò porterà grandi benefici all’economia locale, poiché tagli per oltre 16 miliardi annui apportati in questo settore equivalgono a tagli ai redditi delle persone (poiché di pensioni si parla). E quando le persone hanno meno denaro da spendere, l’economia rischia di avvitarsi su se stessa.

Eppure le cose non stanno esattamente così per almeno due valide ragioni: in primo luogo perchè i redditi da pensione erogati fino ad ora così generosamente non erano affatto redditi “veri”, ma solo ed esclusivamente soldi portati nelle tasche della gente con il perverso meccanismo dell’innalzamento del debito pubblico. Ed in secondo luogo perchè non è vero che i redditi, con questi tagli, verranno meno: la gente si ritroverà a dover lavorare più a lungo e di conseguenza continuerà a ricevere i soldi ogni mese; l’unica differenza sta semmai nel fatto che anziché riceverli senza far nulla e appoggiandosi sull’incremento del debito, questi denari arriveranno per mezzo del lavoro, per mezzo di una fonte di guadagno vera e grazie al (presumibile) buon funzionamento delle leggi di mercato.

Del resto l’Elstat di Atene se ne è venuta fuori già con un primo dato: dopo la catastrofe più nera, il PIL greco è tornato a crescere dello 0.8% nei primi 3 mesi dell’anno e dell’1.4% su base annua. Ma anche qui, gioire troppo presto non conviene: la crescita appena descritta è solo statistica, ma non reale. Il PIL è diatti cresciuto sì dello 0.8%, ma semplicemente perchè nel frattempo i prezzi sono diminuiti dell’1.5%: il PIL nominale si è perciò ridotto dello 0.7% in termini reali.

Ma allora cosa fare? Buona parte degli esperti di economia e finanza sono convinti del fatto che la strada delle riforme appena intrapresa non mancherà di produrre buoni risultati e asseriscono che per quanto la crescita non sia ancora tale, già il solo fatto che i numeri non siano più tanto negativi è da considerare come un primo segnale di ripresa.

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