Imprenditoria Femminile: le agevolazioni statali

Il nostro è sempre stato un Paese che non ha mai lasciato grande spazio al gentil sesso: confrontando i nostri dati del mondo del lavoro con quelli degli altri Paesi, in effetti, scopriamo con non poca amarezza che l’Italia non si presenta come un “paese per donne”. Per questa ragione i vari Governi che si sono succeduti hanno provato a metter mano su questo fronte, introducendo ad esempio norme sull’imprenditoria femminile o agevolazioni legate all’assunzione di una dipendente donna. Ma tutto ciò è stato sufficiente, e se sì, in quale misura?

Lavoro femminile in Italia: focus della situazione

I dati Istat chiariscono come il tasso di occupazione femminile sia davvero basso (46.5%) tanto da porsi a quota -12.2% rispetto al valore medio dell’Unione Europea, e la condizione assume risvolti ancor più preoccupanti se la si paragona con quella vigente nel pubblico maschile che, attualmente, può contare su un tasso di occupazione del 64%. La disoccupazione maschile è del 12.5% mentre quella femminile verte ancora su un drammatico 13.6%, e ad aggravarne le cause v’è inevitabilmente la condizione di maternità: la metà delle donne lascia il lavoro dopo la gravidanza.

L’inattività, ovvero la condizione per cui una persona è senza lavoro ed ha anche smesso di cercarsene un altro, è un ulteriore fenomeno che colpisce una marea di persone con particolare riferimento ai più giovani: anche sotto questo punto di vista il pubblico femminile registra dati in preoccupante aumento, tanto è vero che se sono 5 milioni gli inattivi maschi, di donne che non hanno più alcuna intenzione di cercarsi un’occupazione ne abbiamo ben 10 milioni.

La causa principale di tutto ciò è inevitabilmente dovuta a problemi di tipo infrastrutturale: in Italia solo il 18% dei bambini riesce ad entrare in asili nido pubblici, costringendo la stragrande maggioranza delle neomamme a dedicarsi a tempo pieno al nascituro. Irrilevanti gli incentivi economici che vengono dati a sostegno del lavoro femminile, così come mal costruite le norme che regolano il mondo del lavoro nella sua interezza.

Imprenditoria Femminile: quale aiuto dalle leggi?

Beneficiari – Tra le poche leggi messe a punto in favore delle donne troviamo la numero 215 riguardante l’Imprenditoria Femminile. Si tratta dello strumento principale che intende agevolare il lavoro femminile autonomo, rivolgendosi in particolar modo ai seguenti soggetti:

  • Società cooperative o di persone costituite da donne per una misura minima del 60%.
  • Società di capitali con almeno i 2/3 delle quote affidate a donne.
  • Imprese individuali sotto la proprietà di donne.
  • Imprese, consorzi, associazioni ed enti formativo-professionali con almeno il 70% delle quote possedute da donne.

Tuttavia queste condizioni devono contemporaneamente sussistere con la clausola della “piccola impresa”, ovvero un’attività improntata ad una forza lavoro con meno di 50 dipendenti, con un fatturato inferiore ai 7 milioni di euro o in alternativa con un bilancio inferiore ai 5 milioni di euro, ed in ultimo avente una totale indipendenza da imprese “partecipanti”.

Agevolazioni: in cosa consistono e dove intervengono – Oltre ai soggetti beneficiari, la Legge 215 stabilisce altresì la tipologia di investimenti finanziabili: premesso che le agevolazioni possano riguardare settori anche molto diversi tra loro come ad esempio quelli industriali, artigianali, agricoli, commerciali e turistici, si stabilisce che i finanziamenti possano essere diretti all’apertura di nuove attività, all’acquisizione di attività già esistenti sul mercato, all’investimento in progetti particolarmente innovativi e all’acquisizione di servizi reali.

Le agevolazioni si concretizzano sotto forma di contributi in conto capitali tenendo in considerazione i limiti di volta in volta stabiliti dalla normativa comunitaria riguardante gli aiuti di Stato alle imprese. In ogni caso ci sia sufficiente sapere che le agevolazioni consistono più dettagliatamente in contributi a fondo perduto senza obbligo di restituzione (abbinati ad una parte di finanziamento concesso a tasso agevolato dello 0.5% con restituzione a 10 anni), sotto forma di credito di imposta, e per finire con finanziamento al tasso dello 0.5% con vincolo di restituzione decennale.

Imprenditoria Femminile: accedere alle agevolazioni

Per accedere a questi benefici occorre inviare un modulo al Gestore del Fondo tramite posta raccomandata A/R, fax al numero 0647915005 o per mezzo di una mail all’indirizzo bdm-mcc@postacertificata.mcc.it. Una volta ottenuto il via libera dal Comitato di gestione del Fondo, l’impresa interessata può recarsi entro tre mesi dalla data di delibera presso un qualsiasi ente di intermediazione finanziaria (sia esso una banca o una società di leasing) presentando la richiesta di conferma della garanzia. Informazioni complete e dettagliate sono in ogni caso reperibili al portale governativo www.fondidigaranzia.it/femminili.html.

Guardarsi attorno: gli altri aiuti statali

Queste descritte sono le agevolazioni pensate per l’imprenditoria femminile e di conseguenza espressamente dirette a quelle realtà aventi al loro seguito una prevalente partecipazione femminile. Tuttavia qualora questi requisiti dovessero risultare troppo stretti al nostro caso o l’iter particolarmente travagliato per poter essere adempiuto in maniera corretta, sarebbe comunque possibile guardarsi attorno e chiedere ad un esperto di settore (come un commercialista o un consulente del lavoro) quali siano le agevolazioni previste per la creazione di una impresa tradizionale.

Le donne che volessero avviare un’attività autonoma, in sostanza, hanno semplicemente una doppia opportunità rispetto ai loro colleghi uomini: quanto visto fino ad ora relativamente alle agevolazioni previste per l’Imprenditoria Femminile non è che un elemento aggiunto ad altre forme di aiuto messe a punto dalle Leggi in favore delle nuove attività imprenditoriali. Tra sgravi fiscali, condoni, bonus e snellimenti burocratici infatti, esistono diverse altre misure atte a sostenere la proliferazione dell’imprenditoria nel territorio italiano.

Le recenti norme che si propongono di rivoluzionare il mondo del lavoro dipendente e con esso anche quello autonomo, non sono che il punto di inizio verso un rapporto tra Stato e imprese profondamente rivisto in favore di queste ultime: saprà il Belpaese riuscire a captare le esigenze occupazionali che provengono dal territorio e, soprattutto, sostenere l’entrata a gamba tesa nel mercato del lavoro da parte di quelle donne che fino ad ora ne sono state tagliate fuori?

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