Economia circolare: il futuro del mondo

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E’ stato lanciato da BNP Paribas Asset Management il primo fondo europeo quotato in borsa che offre esposizione all’economia circolare, escludendo di fatto l’economia lineare, ossia quella che estrae, produce, consuma e smaltisce materiali. La direzione tracciata da BNP Paribas è incontestabile: lotta agli impatti ambientali con dei cambiamenti normativi atti a conservare le risorse e per creare modelli economici più virtuosi.

Un ETF non è altro che un paniere di titoli che traccia un indice sottostante, in questo caso l’indice ECPI Circular Economy Leaders Equity, offrendo agli investitori l’esposizione a 50 titoli internazionali a grande capitalizzazione che fanno parte di un modello di business basato sulla circolarità dei beni, dei materiali e delle materie prime.

Sono due i modelli di business dell’economia circolare: il primo prevede il riutilizzo e l’estensione della durata di un servizio tramite riparazione, rigenerazione, aggiornamenti e retrofit, il secondo la trasformazione dei vecchi beni in nuove risorse riciclando i materiali. Secondo stime recenti, il mercato dell’economia circolare dovrebbe generare una crescita tra l’1 e il 4% nel prossimo decennio.

Se l’economia circolare, da un lato, comporta degli adattamenti importanti da parte delle imprese, dall’altro implica dei quesiti fondamentali su dove e come reperire finanziamenti. Indubbiamente, mettere a disposizione alle aziende che operano nell’economia circolare dei capitali significa per le banche creare un portafoglio sano all’interno di un ecosistema economico che mira alle basse emissioni di carbonio. Quindi, sostenibilità che diventa sinonimo di business per il settore finanziario.

A beneficiare di questa nuova frontiera sarà il settore lavorativo. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, entro il 2030 verranno creati 18 milioni di posti di lavoro, di cui 4 milioni nel settore manifatturiero e 9 milioni nel settore delle energie rinnovabili. Inoltre, l’adozione dei principi dell’economia circolare genererebbe un beneficio economico netto di 1.800 miliardi di euro in Europa entro il 2030.

Proprio questa settimana il Consiglio europeo, su proposta della Commissione, ha adottato delle misure per affrontare il problema dei rifiuti di plastica nel mare, diventanti ormai presenza fissa sulle spiagge europee, a cui vanno aggiunti gli attrezzi da pesca abbandonati e le plastiche oxodegradabili.

Una volta che le nuove regole verranno implementate, l’UE diventerà leader mondiale della sostenibilità e, di conseguenza, l’economia circolare avrà un’impennata notevole. La legislazione sulla plastica monouso riguarderà il 70% di quelli presenti nel mare, in modo da evitare danni ambientali che costerebbero 22 miliardi di euro da qui fino al 2030.

Naturalmente, non è tutto oro ciò che luccica. Se l’economia circolare è effettivamente una soluzione non solo economicamente vantaggiosa, ma risolutiva per l’ambiente, dall’altro ci sono dei paletti attuali che devono ancora essere rimossi, come le disuguaglianze economiche, sociali o politiche. Ma c’è anche un rischio: costi e tasse che potrebbero essere più elevati. Inoltre, il concetto olistico dell’economia circolare cozza con le strutture del mondo finanziario, che vedono il PIL come misura del flusso finanziario in un particolare periodo di tempo piuttosto che nell’ottica di preservare scorte fisiche.

Insomma, il lavoro da fare è tanto. Tutto dipende dalle istituzioni politiche, economiche e finanziarie, le quali devono completamente ribaltare la concezione del mondo che gestiscono.

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