Irlanda: altri 2 anni di sacrifici

Si torna a parlare dell’Irlanda, uno dei primi paesi a essere colpiti dalla crisi economica, e da più di un anno oggetto di una politica economica molto rigida volta a rispettare gli impegni di risanamento presi in seguito ai prestiti di BCE ed FMI dello scorso anno. Stando agli ultimi dati disponibili si è stimato che il paese avrà bisogno di ancora un paio d’anni di austerità prima di potersi dire al riparo da una eventuale ricaduta che già nel 2010 portò al collasso il sistema bancario.

Tuttavia le preoccupazioni di molti analisti riguardano la capacità dell’attuale governo di continuare ad operare tagli all’economia visto che dagli ultimi sondaggi risulta che meno della metà del popolo irlandese si dice disposto a sopportare altri sacrifici per rispettare gli accordi del piano di salvataggio.

Una situazione resa ancor più complessa da 2 fattori: il primo è l’impossibilità di Dublino di piazzare titoli di stato a costi accettabili, l’altra è la diminuzione delle esportazioni verso gli altri paesi europei causata dalla crisi economica che ha fatto calare vertiginosamente i consumi.

E se, da un lato, l’economia non torna a crescere lo stato non può far altro che aumentare la pressione fiscale e proseguire con la sua politica economica di rigore (che tradotto vuol dire tagli ai servizi al cittadino). Una situazione che rischia di diventare impopolare con la possibilità di sfociare in pericolosissime sommosse popolari provocando uno scenario simile a quello che sta vivendo la Grecia e di cui troppo poco spesso si parla.

Nel caso dell’irlanda, infatti, i cittadini devono pagare l’eccessivo indebitamento delle banche che ha rischiato di far collassare l’intero sistema bancario europeo con un debito complessivo stimato intorno ai 250 miliardi di euro. Quello che non va giù agli irlandesi è che le banche, in quanto soggetti privati, non possono far ricadere il loro indebitamento sullo Stato, ossia sulla collettività.

Il compito più difficile del governo sarà, quindi, riuscire a proseguire sulla strada percorsa fino ad oggi evitando che il dissenso popolare possa degenerare sfogando in pericolosi movimenti di protesta.

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  • la crisi della Spagna: anche la Spagna, come l’Italia, deve sostenere un costo altissimo per rifinanziare il debito;
  • la crisi della Francia: a sorpresa anche la Francia sta subendo l’attacco speculativo dei mercati;
  • la crisi dell’Italia:  il paese più a rischio dopo il Portogallo e la grecia è proprio l’Italia che in più occasioni si è avvicinata al rischio default;

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